Uno dei miei ricordi d’infanzia più forti è la proiezione scolastica di un filmato su Auschwitz.
All’epoca (dei dinosauri), con l’avvicinarsi del 25 aprile, i vecchi partigiani giravano per le scuole elementari portando la loro testimonianza su quanto accaduto durante il nazifacismo. Spero che continuino a farlo i loro figli e, se così non fosse, che qualcuno decida che sia il caso di riprendere la pratica, perché dire che mi sono rotta di questo becero revisionismo berlusconiano è dire poco!
Nella mia mente di bambina, più di qualunque altra cosa, si inchiodarono le montagne di capelli e denti d’oro strappati ai defunti dopo le camere a gas. Coloro che portavano i documentari di scuola in scuola, qualunque fossero i loro nomi, se siano ancora vivi o siano morti, possono essere fieri di quanto fatto anche nel dopo guerra: hanno contribuito a far sì che almeno una bambina non dimenticasse quegli orrori.
E sempre per non dimenticare, in questa Giornata della Memoria, voglio parlare di una donna membro della Resistenza polacca, vissuta, per sua sventura, sotto la bandiera con la svastica: Irena Sendler.Irena aveva 29 anni quando la Germania nazista invase la Polonia e lavorava come infermiera al Dipartimento del Benessere Sociale di Varsavia. Tale dipartimento si occupava di gestire le mense comunitarie e grazie a questo impiego, Irena potè aiutare, tramite sotterfugi e nominativi falsi, migliaia di persone a ottenere non soltanto cibo, ma altri beni di prima necessità e addirittura denaro.
Ma Irena è ricordata, soprattutto, per aver salvato più di 2500 bambini ebrei da morte sicura nel Ghetto di Varsavia. Un eroismo che le costò torture e una scampata condanna a morte.
Riuscì a ottenere un lasciapassare che le permetteva di andare e venire dal Ghetto. Qui, tra lacrime e disperazione, convinceva i genitori a lasciarle i loro bambini che si premurava, poi, di nascondere presso famiglie polacche o in istituti religiosi. Dapprincipio nascose i bambini nelle ambulanze in uscita dal Ghetto, poi dovette arrangiarsi celandoli in cesti, borse per gli attrezzi (spacciandosi per tecnico delle fognature), bidoni dell’immondizia…
Conservò i veri nomi dei bambini sotto un albero presso delle baracche naziste e li difese quasi a costo della vita. Proprio per scoprire questi nominativi, infatti, fu catturata dalla Gestapo, torturata (le furono spezzate braccia e gambe) e condannata a morte.
Fu un soldato tedesco (anch’egli membro della Resistenza) che, con la scusa di un ultimo interrogatorio, la scortò fuori dalle prigioni e la liberò, gridandole di correre via. Il giorno seguente, il nome di Irena Sendler figurava tra i condannati uccisi e lei potè assumere una nuova identità e proseguire il suo lavoro. Anche questo soldato tedesco è un eroe.A conflitto concluso, Irena recuperò i nomi dei bambini e li ricongiunse alle loro famiglie (quei pochi fortunati che ancora ne avevano una).
Irena Sendler è morta nel 2008. Aveva 98 anni. Mi consola sapere che non sono diventati centenari soltanto i criminali nazisti fuggiti all'estero, ma anche persone buone che in quegli anni non gassavano innocenti, ma salvavano delle vite (questa faccenda dei nazisti che hanno fatto una felice e lunga vita, impuniti, mi ha sempre fatto andare fuori di testa).
La storia di Irena, in Italia, non è molto conosciuta.
In questo Giorno della Memoria 2012 ho voluto farvela conoscere.
Irena Sendler:
"Ogni bambino salvato con il mio aiuto è la giustificazione della mia esistenza su questa Terra e non un titolo di gloria..."
Ma disse anche:
"Avrei potuto fare di più. Questo rimpianto non mi lascia mai."
Nel 2007 fu raccomandata al Premio Nobel per la Pace che fu però assegnato ad Al Gore.
Con tutta la mia ammirazione per Gore, è stata una decisione inconcepibile: sono due esistenze di imparagonabile importanza.